Ritornare al punto di equilibrio dopo una recessione è considerato un dato di fatto: è su questo falso assioma che i governi cercano di rassicurarci quando ci troviamo nel bel mezzo di una crisi; ed è su questo assioma che l’Europa a trazione tedesca vorrebbe farci uscire dal tunnel.
Purtroppo non è così.
Nel 1934 uscì negli Stati Uniti il gioco del Monopoly; ci abbiamo giocato tutti (tranne alcuni economisti a quanto pare).
Ebbene il Monopoly si caratterizza per due fasi di gioco (vd. Philippe Herlin- Finance: le nouveau paradigme): nella prima i giocatori hanno uguali entrate (20.000 $ a giro), la stessa probabilità di arricchirsi (comprare terreni) e una possibilità che tende a nulla di fallire (perdere); nella seconda in cui si comincia a giocare sulle sfortune altrui il fallimento è estremamente probabile, la ripartizione delle proprietà diventa man mano sempre più diseguale, il giocatore che all’istante ‘t’ si trova davanti agli altri prende improvvisamente le distanze, tali distanze in pochi giri diventano incolmabili.
Cosa è successo?
Ad una fase ‘normale’ del gioco (dove i patrimoni si attestano intorno alla media, ed i poveri ed i ricchi sono lo 0,4% della popolazione – per i dettagli statistici fare riferimento alla legge Normale o di Gauss) ne segue una in cui i prezzi di rendita delle proprietà (e le fortune in generale dei giocatori) seguono un modello esponenziale (legge di Pareto). In questa fase chi ha pochi soldi ne avrà sempre meno, chi ne ha molti ne avrà sempre di più; ed il gioco del Monopoly ci insegna che chi è avanti vincerà, basta dargli il tempo di recuperare le fortune altrui.
Tornando alla realtà, i paesi a rischio non recupereranno più a meno che…
Nel gioco per evitare che i concorrenti lascino il tavolo anzi tempo (tanto si sà già chi vincerà) solitamente si modificano le regole; una correzione comunemente adottata per ri-equilibrare le sorti è aumentare le entrate dei giocatori. Se le rendite aumentano fino a 200.000$, allora a ciasun giocatore verranno elargiti più soldi ad ogni giro; in parole povere viene creata moneta. La BCE, nei suoi limiti istituzionali, ha cercato di adottare la stessa soluzione; ha immesso soldi sul mercato. Ma all’iniezione di soldi sul mercato non è seguita la re-distribuzione dalle banche al privato, quindi di fatto non è stata apportata alcuna correzione.
Tornando alla realtà, i paesi a rischio sono ancora (più) a rischio a meno che…
Un’alternativa, ma meglio sarebbe dire un’azione complementare, è mantenere il potere d’acquisto dei concorrenti, ovvero ridurre le rendite dei più ricchi; ma al di là di ogni logica i governi (al plurale, perché in Europa tutti seguono il modello Tedesco, che peraltro non appare ancora repertoriato tra i modelli economici riconosciuti) stanno abbassando il potere d’acquisto dei concorrenti (aumento delle imposte, rincari, accise) lasciando inalterate le rendite di quel numero esiguo di soggetti che reggono il gioco.
Tornando alla realtà, i paesi a rischio hanno definitivamente perso.
Di fronte a questa constatazione alcuni concorrenti stanno abbandonato il tavolo; fughe di capitali all’estero, cambi di residenza, e via discorrendo. E come dargli torto? Abbandonare il tavolo appare l’unica soluzione logica; restare al tavolo con queste regole porta solo alla morte (o al suicidio).
Tornando alla realtà, non ne usciremo a meno che… qualcuno non se ne esca con un nuovo modello di sviluppo che riporti lo sviluppo economico su un modello ‘normale’.
Chi ha un modello da proporre si faccia avanti…
L’amministrazione Obama chiederà nelle settimane a venire la fine delle agevolazioni fiscali per chi decentralizza le proprie attività produttive all’estero.
Secondo le regole attuali negli USA, come in Europa, le società che ricorrono all’outsourcing (ovvero che tagliano posti nel paese d’origine per usufruire del lavoro a basso costo nei paesi emergenti) non sono soggette ad alcun aggravio d’imposta.
Questo è esattamente l’opposto di quel che la logica imporrebbe; l’amministrazione Obama quindi propone una tassazione aggiuntiva sul lavoro in outsourcing (da rigirare sul lavoro interno) e deduzioni per quelle società che investono sul territorio nazionale.
Si tratta di un punto tabù nei discorsi politici in Europa e che meriterebbe una sollevazione di scudi da parte del popolo della rete.
Ricordo che il problema va al di là dell’outsourcing; attualmente la legislazione prevede che se una società produce componenti in filiali o partner commerciali all’estero, non è soggetta alla dogana quando importa in patria i propri prodotti. Evidentemente questo rende poco attraente mantenere vive fabbriche ed attività in genere sul suolo europeo, e molto interessante delocalizzare nei paesi asiatici dove la manodopera a basso costo, la scarsa regolamentazione sulla sicurezza, l’ambiente e la mobilità sociale abbattono i costi d’impresa.
Non si tratta di protezionismo, nessuno impedisce di importare merci dall’estero se avvantaggiano il consumatore in termini di costi, ma di un modo, forse l’unico, di obbligare le società ad investire nuovamente nei propri confini; mi piacerebbe quindi che nel vertice della settimana prossima l’Europa pensasse ad una legislazione che limiti la detassazione all’interno della sola comunità europea.
Ascoltando il dibattito di questi giorni ricavo alcuni dati interessanti riguardo la forbice sociale italiana, ovvero la distribuzione iniqua della ricchezza del nostro paese:
- il 10% della popolazione detiene il 45% della ricchezza;
- 3.120.000 italiani vivono nella povertà assoluta;
- il 17% degli italiani han reddito sotto la soglia di povertà;
- 1 giovane su 3 è senza lavoro, e gli altri 2 sono precari e soggetti a dumping salariale (c’è una media di 5 euro l’ora).
In questo contesto non posso non ritornare alle mie radici culturali e domandarmi se invece di limitare il proprio interesse alla crescita (attraverso le liberalizzazioni) non si debba anche dare un indirizzo politico sociale: ovvero fare proprio il motto della Socialdemocrazia Europea: “Quanto più mercato possibile, tutto lo stato necessario”
Le liberalizzazioni intervengono sul mercato ma non sull’indirizzo; piuttosto che lasciare che ognuno vada per la sua strada, il governo non dovrebbe dire anche se bisogna investire sul mercato dell’auto o quello della chimica; sull’estrazione petrolifera o le energie rinnovabili; sulla grande o la piccola industria?
Per concludere: si deve coordinare la crescita del paese; oppure favorire una crescita disordinata?
La reazione tutto sommato contenuta delle Borse europee e Wall Street agli annunci di Standard & Poor’s mostra come le società di rating abbiano un peso relativo sulle politiche economiche. Ciò detto non si deve e non si può sminuire l’effetto psicologico sul breve termine di tali decisioni da considerarsi comunque gravi.
I dubbi sulle Agenzie di Rating riguardano sia l’affidabilità che l’opportunità delle loro decisioni;
- negli ultimi decenni società come Enron e Parmalat in AAA sono fallite;
- i sub-prime che hanno fatto crollare i mercati nel 2008 erano giudicati altamente affidabili tanto da “meritarsi” un AAA;
- nel momento in cui i mercati sembrano stabilizzarsi, declassamenti ad orologeria sembrano dare nuovo “dinamismo”;
- influiscono sulle dinamiche di politica interna dei singoli paesi; è stato così nel passaggio da Berlusconi a Monti; è così oggi che la Francia è in piena campagna elettorale.
Affidabili o meno comunque le conseguenze ci sono; purtroppo quasi tutti gli investitori sono legati a benchmark che si basano sulle notazioni delle agenzie di revisione; e per quanto ci riguarda il declassamento in serie B impedirà a molti di acquistare titoli di stato italiani.
Ancora una volta siamo costretti a ripetere il medesimo refrain; se l’Europa continua a non trovare soluzioni comuni e solidali non si va da nessuna parte. Sorgono pure dubbi sulla buona fede della Germania; ostacolando azioni più efficaci e coraggiose sta approfittando in modo sospetto della crisi dei debiti pubblici nazionali per investire in Grecia e in Italia.
In ultimo; che fine ha fatto il progetto per la creazione di un’Agenzia di Rating Europea? Si diceva che sarebbe stat auto-referente e quindi poco credibile; ma allora che dire di quelle attuali tutte con base a New York?
È ora di osare; proprio in Francia si scese in piazza esasperati per la mancanza del pane, e la storia potrebbe ripetersi (e più in fretta di quanto non si creda).
In Italia si sta verificando un qualcosa di mai visto; la politica fa audience. Trasmissioni come “Che Tempo Che Fa” di Fabio Fazio fanno il boom di ascolti invitando Monti in trasmissione, non proprio un simbolo di goliardia; SKY TG 24 ferma tutto ogni qualvolta Monti pronuncia un discorso; ma soprattutto l’informazione finalmente si occupa di Politica (quella con la P maiuscola).
Facendo un piccolo consuntivo ho constato quanto segue:
del governo oggi conosciamo;
- l’agenda degli incontri per il mese di Gennaio;
- che cosa vuole fare (e questo fino a poco tempo non lo sapeva nessuno, probabilmente nemmeno i diretti interessati).
grazie al governo oggi sappiamo tutto ;
- sullo spread, le aste dei titoli di stato e a cosa servono;
- sul perché il debito pubblico non scende nonostante le manovre economiche;
- sull’articolo 18;
- sugli Eurobond;
- sulle prerogative della BCE e perché non servono ad uscire dalla crisi;
- sulla Tobin Tax;
- su cosa fanno quotidianamente Sarkozy e la Merkel.
infine grazie al governo non sappiamo;
- cosa succede nei Palazzi Romani quando i politici si ritirano a vita privata.
E come direbbe qualcuno con espressione colorita “scusate se è poco”.
Si è accesa in questi giorni la polemica sullo svuotamento delle carceri italiane; il provvedimento interesserebbe i reati minori, anche se l’elenco dei beneficiari non è ovviamente disponibile in questa fase di studio.
La domanda che ci si pone è dunque la seguente: fuori o dentro?
Il problema è complesso e semplice nello stesso tempo: volendo semplificare esistono due scuole di pensiero; chi vede il carcere come un sistema punitivo (ed in questo filone rientrano a pieno titolo gli USA, dove per un omicidio colposo potresti rischiare anche la pena di morte); chi vede il carcere come un sistema redentivo (e qui ad emergere è il sistema Europeo occidentale, dove per un omicidio colposo potresti anche prendere i domiciliari).
Chi ha ragione?
Ognuno ha le sue opinioni: io mi limito a segnalare come Cesare Beccaria nel 1764 scrisse nel suo Dei delitti e delle pene che la pena dev’essere commisurata al reato e, aggiungo io, alla probabilità e pericolosità di reiterazione.
Il braccialetto come l’intendo io è una buona risposta e lo condivido. Chi si macchia di reati minori, anche se gravi come l’evasione totale, anziché essere messo in cella sarebbe decisamente più utile se scontasse la pena lavorando per l’amministrazione pubblica o associazioni di pubblico interesse al minimo salariale, limitandone i movimenti ad un’area circoscritta braccialetto alla caviglia.
Questa terza via rispetta le idee di Beccaria, si presenta punitiva ed è redentiva.
Ricordo infine che ogni giorno passato in carcere da un detenuto costa alla collettività denaro pubblico a perdere; in questo modo invece il costo verrebbe riassorbito dall’amministrazione pubblica per cui si ridurrebbero i costi di gestione; e tutto questo a vantaggio di tutti noi e di chi macchiandosi di reati minori dovrebbe infine lavorare per gli altri e non più per se stesso.
“Sono un uomo che ha l’ambizione di essere onesto. Per noi c’è una legge comune, la morale, che dobbiamo dimostrare e attuare nella tradizione della civiltà cristiana che giuriamo di mantenere e difendere”
“Alle porte del mio ufficio battono quotidianamente le infinite necessità di un popolo di 47 milioni di uomini e donne; quando si confronta la somma di queste aspirazioni e di bisogni con la limitatezza dei mezzi a nostra disposizione è impossibile sottrarsi ad un senso di sconforto”
Queste frasi di Alcide De Gasperi siano di auspicio e di conforto a tutti noi per l’anno terribilis che ci accingiamo ad affrontare. Se ce l’abbiamo fatta una volta non si vede perché non ce la si possa fare un’altra volta.
Purtroppo negli Stati Uniti incrociare homeless (senza tetto) è consuetudine dopo la crisi del 2008; gente licenziata che non ha potuto fare fronte al mutuo si è vista privata di tutto dall’oggi al domani.
La manovra economica varata dal governo a dicembre sta avendo conseguenze troppo recessive sull’Italia; me ne sono accorto in questi giorni che dovrebbero essere di festa, lo stanno mostrando i telegiornali e lo fa notare la Banca d’Italia.
Pur facendo i necessari distinguo fra un paese come gli Stati Uniti, liberale allo stato puro, ed il nostro, di matrice più temperata, credo che un momento di riflessione sia d’obbligo. Evitare che gente talentuosa come quella del video in appendice sia vittima di manovre economiche troppo depressive è un dovere, non un auspicio.
Se le misure per evitare il default hanno conseguenze troppo penalizzanti sulla popolazione bisogna trovare altre vie, anche il default stesso; creare inflazione darebbe respiro al mercato interno, anche se di fatto uscire dall’euro avrebbe ripercussioni catastrofiche sul sistema bancario e, teoricamente, renderebbe impossibile il rimborso dei mutui; ma stampando moneta e giocando sull’inflazione (pagando così un costo enorme sull’importazione) gli italiani avrebbero poco da temere, al contrario delle banche.
La semplificazione di cui sopra non ha alcuna base economica a supportarla; ma dà l’idea della posta in gioco; a mali estremi, estremi rimedi; la casa, il lavoro, l’educazione e la sanità vanno garantite ad ogni costo, anche a scapito delle banche e della capacità di importare del sistema paese.
Nel mentre pensavo a tutto questo, mi sono ricordato di un video che ha spopolato su YouTube qualche tempo fa’; un senza tetto che si esibisce ai bordi di una strada, che ha fatto riflettere 700.000 persone in un giorno solo. Di fatto l’autore si è poi dichiarato un artista, ma la sostanza del messaggio rimane. La recessione rischia di mettere ai margini persone talentuose su cui il paese dovrebbe fare leva anziché metterle in crisi; i soldi vanno prelevati, ma quelli che si chiedono sono troppi; ridurli è una necessità. Purtroppo contraddico me stesso nel giro di due settimane ma gli sviluppi inducono a rivedere al ribasso alcune stime.
Il brano cantato dai gemelli Kermit (celebre personaggio della serie televisiva britannica The Muppets Show) è Under Pressure (Freddy Mercury & David Bowie):
Ho appena spento la TV; più per disperazione che per stanchezza; stavo guardando Servizio Pubblico di Michele Santoro.
Benché la trasmissione sia per scelta orientata agli aspetti negativi che affliggono il nostro paese, per cui non si può pensare di trovarci storie a lieto fine, è pur vero che l’esasperazione, l’impotenza e la rassegnazione che si respirava nella trasmissione è la stessa che si percepisce anche in situazioni meno critiche ed a me più vicine.
In sequenza ho visto:
- treni da Bari e Crotone stracolmi, pieni di gente che non va nemmeno più a lavorare al Nord Italia ma al nuovo Nord che si trova in Europa; e stracolmi perché Trenitalia li ha soppressi uno dopo l’altro per favorire la rete al di sopra del parallelo di Napoli, tagliando di fatto in due il nostro Paese; emblematico il caso di Crotone dove i treni praticamente non passano più;
- Emergency, nella persona di Gino Strada, che dopo essersi concentrata sull’Africa per decenni ha rivolto da qualche anno la sua attenzione al Sud dove ha costruito strutture sanitarie gratuite per gli immigrati; e dove a sorpresa registra fra i propri utenti ben un 25% di italiani oramai al di sotto della soglia di povertà;
- medici precari della regione Lazio che lavorano in sala operatoria e in pronto soccorso il cui contratto viene rinnovato semestralmente e che non sanno se il primo gennaio saranno ancora in corsia oppure disoccupati; il tutto mentre altri fanno presente come per usufruire del servizio sanitario pubblico devono passare per visite a pagamento;
- 800 lavoratori di società appaltatrici di Trenitalia che a seguito della fine dell’appalto sono a piedi; e che da un mese dormono, mangiano e vivono sui binari della stazione di Milano chiedendo di potere continuare a lavorare;
- giovani che manifestano al governo la propria volontà di non volere fare sacrifici per problemi di cui non sono la causa ma le vittime.
Queste persone sono oramai prive di quei valori costituzionali come il lavoro, la sanità gratuita e la pensione; e non possono nemmeno più contare su servizi pubblici come il trasporto su rotaie.
Ecco che alla luce di quanto visto i sacrifici chiesti dal governo in nome di un bene comune che verrà appaiano vani quanto la speranza che uscì insieme a tutti gli altri mali dal vaso di Pandora; un’illusione che siamo coscienti essere un miraggio, ma nella quale vogliamo, dobbiamo credere per non cadere nella disperazione.
Come si fa davanti a tutto questo a non uscirne turbati? Come si fa a non provare rabbia? Come si fa a non mandare tutti a quel paese fare armi e bagagli ed andare oltre frontiera? Come si fa a non fare brutti pensieri finanche sovversivi?
La discussione di questi giorni sull’articolo 18 dello statuto dei lavoratori mi lascia perplesso.
Innanzi tutto di cosa si tratta [da Wikipedia]:
“L’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori afferma che il licenziamento è valido se avviene per giusta causa o giustificato motivo. In assenza di questi presupposti, il giudice dichiara l’illegittimità dell’atto e ordina la reintegrazione del ricorrente nel posto di lavoro. In alternativa, il dipendente può accettare un’indennità pari a 15 mensilità dell’ultimo stipendio, o un’indennità crescente con l’anzianità di servizio.”
Il precedente articolo dà luogo ad alcune riflessioni;
- se non esistesse chiunque potrebbe ritrovarsi a piedi da un giorno all’altro, per qualsiasi motivo (il capo ufficio viene rimpiazzato ed alcuni impiegati non gli stanno particolarmente simpatici; con l’avanzare degli anni la caduta della vista rende l’impiegato meno produttivo; e chi più ne ha più ne metta);
- la sua esistenza è una delle principali cause della pletora di contratti a tempo che fanno dell’Italia un paese di precari;
- mette al sicuro chi volontariamente non è produttivo, a scapito della produttività dell’azienda;
- è causa della scarsa mobilità del mercato del lavoro italiano.
Detto quanto sopra, non posso scindere la discussione sull’articolo 18 dalla revisione delle pensioni che sarà approvata in via definitiva dal Senato a fine settimana. Infatti se da una lato il governo cerca di adeguare l’età pensionabile all’aspettativa di vita, dall’altro dobbiamo annotare che il mondo del lavoro cerca di incentivare il pre-pensionamento per liberarsi di una forza lavoro vecchia e poco produttiva.
Se chiediamo alle aziende di tenere in organico personale di cui si vorrebbe privare e poi gli diciamo che si possono licenziare senza giusta causa allora c’è qualcosa che non va.
L’Italia è il paese dei furbi, e non credo che siano tutti fra i lavoratori; se la riforma non viene inquadrata in un pacchetto più ampio che comprenda la revisione delle indennità di disoccupazione e che definisca le modalità di assunzione nelle società che licenziano, allora preferisco stare dalla parte dei sindacati e dire no.